di Francesco Greco – Un po’ surreale, un po’ demenziale, un po’ onirico. Sono le password, magnificamente intrecciate, del romanzo del venezuelano (ma trapiantato in Spagna), Edgar Borges in “La bambina dei salti”, Musicaos Editore, Neviano, Lecce, 2018, pp. 216, euro 15 (ottima traduzione di Antonio Boccardo).

Uno, due… Uno, due…

E’ la storia di Antonia, malmaritata a Dicxon (“troglodita”), impiegato al Comune di Santolaya (paese nelle Asturie, cuore della Spagna), appena pensionato, con la passione del poker (ogni anno organizza un torneo), con una bambina di 7 anni che ha la straordinaria capacità di fare dei salti a forma delle lettere dell’alfabeto, in attesa di levitare.

Ma, come nell’opera di G. Garcìa-Màrquez (realismo magico), o di C. Castaneda con i suoi sciamani, non ci si deve stupire di nulla, tutto è delirio, tutto è possibile in un mondo dagli orizzonti vaghi e tremolanti, preda di superstizioni, di suggestioni identitarie, di una morale rigida che non accetta e non tollera scarti imprevisti atti a turbare lo status quo ben stratificato, e che pure procede per paradossi e trovate surreali.

Tre, quattro, cinque…

  E infatti sia la bambina che la madre, detta “La Cigliona” (che si distoglie dalla vita realizzando borse originali per venderle) sono guardate con sospetto, mentre Dicxon non riesce a tenere a bada la sua sfrenata, onnivora sensualità (“Stanotte resisti al sonno, che ti voglio a letto”, “Antonia/ forse non sa/ di avere/ il cosmo/ tra/ le gambe”).

  In questo contesto noioso, profonda provincia (esce perfino un giornale, il Diario di Santoloya), ma solo all’apparenza, giungono quattro stravaganti personaggi che si sono assegnata la mission di diffondere la poesia, cose che accadono solo nei romanzi dei narratori latinoamericani, che intendono abbordare l’assessore al ramo per parlargliene e che prendono alloggio alla “Casona” (l’unico bar del paese), dove inizia il torneo di poker che Dixcon organizza: altra scansione degna di Gabo (Aureliano  Buendia, Melquiades, Remedios), di Scorza (Garabombo, Pis-Pis, il Nittalope, Macha Albornoz): a chi può interessare la poesia nel paese di Garcia-Lorca, Machado e Jimenez? E davvero i forestieri sono giunti con questa intenzione?

Edgar Borges si inscrive nel grande caleidoscopio degli scrittori che invasero l’Europa sul finire dell’altro secolo (da A. Roa Bastos a M. Rojas, da M. Scorza a Jorge Amado, E. Sabato e M. Vargas-Llosa, Asturias, ecc.).

Abbaglia il suo stile, quel nitore calcinato come i paesaggi in cui ha ambientato la storia, le innovazioni della prosa, i suoi continui sperimentalismi.

In una Spagna sospesa fra vecchio e nuovo, ieri e oggi, e magari domani, quando anche da quelle parti i populismi si saranno dispiegati come da noi, in Polonia, Gran Bretagna, ecc.  

Borges offre un campionario di umanità varia la cui estrazione sociologia e antropologica è assai intrigante.

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