di Francesco Greco – “Ogni anno, dopo le bufere di neve del pieno inverno, arriva una notte di disgelo in cui si riesce a udire il tintinnio delle gocce d’acqua che cadono sulla terra. Questo porta strani turbamenti…”.

Nell’anno di Greta Thunberg, che segna uno spartiacque nella percezione dell’apocalisse possibile, se non saremo capaci di un’inversione di tendenza, nel solco aperto dalla ragazzina svedese, ecco inserirsi le riflessioni di Aldo Leopold (Iowa, 1887-1948) in “Pensare come una montagna” (A Sand County Almanac), Piano B edizioni, Prato 2019, pp. 240, euro 15,00, collana “Fuoricollana”.

“C’è una virtù peculiare nella musica degli uccelli che sfuggono alla vista…”.
Potrebbero sembrare datate, ma pensarlo sarebbe un grosso errore. Poiché l’angolazione da cui l’ambientalista guarda il mondo, la natura, gli animali, l’uomo, lo scorrere delle stagioni, il mutare del paesaggio, non è soggetta ad alcun relativismo, poiché “Tutti sono d’accordo: l’uomo deve ritornare alla natura”.

Fra tanti guru dell’ambientalismo di oggi, alcuni sinceri, altri di maniera, Leopold si erge come un gigante del pensiero verde, perché le sue analisi sconfinano nella filosofia, in alcuni snodi nella poesia.

Poiché ha avuto intuizioni geniali che, sebbene siano passati oltre 70 anni anzi, forse proprio per questo, sono di drammatica attualità dal momento che la fame e sete di energia dell’uomo, unito a un folle solipsismo e al rapporto di rapina con la natura, ha messo le basi per un “the end” sempre più vicino ove non adottassimo, presi a uno a uno e come comunità, comportamenti virtuosi.

“Un profondo lamento riecheggia da roccia a roccia, rotola giù per la montagna e sfuma nella profonda oscurità della notte…”. Da Leopold a Greta, il grido d’allarme è uno solo nella sua allarmante continuità. Come la nostra indifferenza nell’ascoltarlo, che alimenta quel sentimento suicida che si usa definire cupio dissolvi. E nessuno potrà poi dire non lo sapevo…

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