di Francesco Greco – In principio fu il transfert, roba da psicoanalisi: “l’uomo civilizzato” attribuì al lupo la sua devastante malvagità, gli istinti peggiori. D’altronde, già i filosofi (Bacone) sostennero, secoli prima, che ogni uomo è lupo all’altro uomo (lo pensava anche il governo del Canada).

E’ così che delle 24 specie di questi animali stanziali nel Nord America quando arrivarono gli europei, 7 sono sparite, le altre sono avviate sulla stessa via. Un autentico genocidio.

Quando il governo canadese intese dimostrare che, nella tundra artica, i lupi decimavano le mandrie di caribù, incaricò il giovane biologo Farley Mowat (1921-2014) a conforto di tale tesi, supportata da robusta letteratura.

Lo studioso invece ne sosteneva una quasi blasfema, che “il lupo non rappresenta una minaccia per le altre specie” e non è “un pericolo né un vero concorrente”. E andò a dimostrarlo sul campo in un’estate densa di scoperte impensabili, che in tanti contestarono e boicottarono.

Il bellissimo reportage compone quel mosaico di delirante bellezza che è “Mai gridare al lupo” (La mia estate tra i lupi dell’Artico), Piano B Edizioni, Prato 2019, pp. 192, euro 15 (traduzione di Andrea Roveda, “Fuoricollana”).

Un diario libro che ha demolito radicati luoghi comuni, svelato questo animale nella sua vera dimensione e sorpreso l’uomo nel suo essere violento e cattivo in modo gratuito, ne ha fatto una “bibbia” del pensiero ambientalista (non quello di facciata, integralista), traducendolo in 52 paesi, incluso un film di successo.

Grazie alle intuizioni di Mowat (che si possono traslare nella sociologia, l’antropologia, la psicologia, ecc.), oggi ne sappiamo di più di noi stessi, e siamo in grado di guardare nel nostro animo con meno pregiudizi verso gli altri. Un passo avanti verso la civiltà, un nuovo umanesimo.

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